Parla con me e con Silvia Pucci

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Si rinnova l’impegno de L’otto mensilmente con un’altra intervista che prosegue il monografico Parla con me, iniziato il 25 novembre scorso.

Silvia Pucci è una donna che, proprio come una fenice, è risorta dalle ceneri, psicologiche e fisiche, ritrovando quelle parti di sé che le erano state portate via: l’autostima e una nuova visione di sé stessa, forte, caparbia e con un innato coraggio che la anima per ogni nuovo passo nel percorso della vita.

Ciao Silvia, benvenuta in questo nostro piccolo spazio de L’otto mensilmente, da anni promosso e sostenuto da First Cisl Emilia Romagna.

Ti abbiamo invitata perché tu ci possa raccontare un po’ di te attraverso una brevissima intervista; tuttavia, prima di iniziare con le domande vere e proprie, vogliamo che ti presenti al pubblico attraverso un piccolo riassunto sulla tua vita: raccontaci chi sei, che studi hai fatto e di cosa di occupi oggi.
Mi chiamo Silvia, sono nata a Varese, ho frequentato il Liceo Classico e successivamente mi sono laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche (laurea triennale) e in Psicologia Clinica: relazioni familiari ed interventi di comunità (laurea magistrale). Sono sempre stata convinta che avrei fatto la psicologa un giorno, ma la vita ti porta sempre ad incrociare strade e percorsi che mai avresti pensato di imboccare, e alla fine, mi accontento di sentirmi una psicologa senza però esercitare questa professione. Almeno per ora, perché i conti si fanno sempre e solo alla fine dei giochi. Per tanti anni ho gareggiato come velocista in atletica leggera, sport che mi ha insegnato la caparbietà nel raggiungere i propri obiettivi, caratteristica che mi riconosco ancora adesso. Ho un carattere sfaccettato, sono molto decisa e risoluta, ma chi mi conosce bene vede anche la mia parte morbida e bisognosa di presenza e conferme. Posso essere tutto ed il contrario di tutto, sono completamente incapace di mentire, il mio viso è un libro aperto per chi ha voglia di leggerlo, ma pretendo lo stesso da chi mi sta attorno. Posso darti ogni singola goccia delle mie energie, fisiche e psicologiche, ma se scopro di essere presa in giro o usata, sparisco senza lasciare tracce. Non torno mai indietro se sono convinta delle mie scelte, e se lo faccio significa che dentro di me sapevo fin dall’inizio che quella scelta non sarebbe stata quella giusta. Nessun compromesso, miro solo alla felicità, mia e delle persone a cui voglio bene. Bisogna essere felici qui ed ora, perché il tempo scorre, e non si fermerà ad aspettarci.

Passiamo ora allo specifico di questa monografia: l’intervista. Ti faremo alcune essenziali domande affinché attraverso le tue risposte si possa continuare a tracciare un solco positivo all’interno della società, grazie al quale poter proseguire la nostra semina di buone intenzioni e di azioni efficaci per la costruzione di una cultura fondata sul rispetto di genere e priva di qualsiasi forma di violenza, soprattutto nei confronti delle donne.

1) Quale è stata la gioia più grande che hai provato nella tua vita?
La gioia più grande che io abbia mai provato, per ora, nella mia vita, è stata quando sono riuscita faticosamente a ricominciare a camminare, anche se piegata su me stessa e molto molto lentamente, dopo settimane di immobilità totale passate in ospedale. Ad ogni passo, mentre assaporavo la vittoria personale insita in ogni mio movimento apparentemente semplice, ho pensato che da quel momento in poi avrei potuto raggiungere qualsiasi obiettivo nella mia vita, se solo avessi voluto e se solo avessi avuto il coraggio di cominciare a camminare. Quella specifica sensazione, è stato il mio assoluto momento di gioia.

2) E invece quale è stato il dolore che più ti ha segnato profondamente l’animo?
Il dolore che mi ha segnato maggiormente, l’ho provato quando all’età di 26 anni mi sono svegliata dalla seconda operazione e i medici mi hanno detto che sarebbe stato impossibile per me avere dei figli. La sensazione di solitudine, ingiustizia e senso di inutilità che ho provato in quel momento e da quel momento, lo rendono senza ombra di dubbio il mio momento più doloroso, più ancora di quando mi sono svegliata la prima volta in terapia intensiva in fin di vita.

3) Questo dolore come ha condizionato la tua vita? Come sei riuscita a trasformare questo dolore in voglia di farcela?
Ritengo che questo dolore, per parecchi anni, abbia condizionato in modo importante la mia esistenza. La modalità con cui mi sono approcciata agli altri in generale, agli uomini e a me stessa, è cambiata radicalmente. La mia autostima ed il mio senso di generatività hanno subito una battuta d’arresto non indifferente, e purtroppo spesso mi sono circondata di persone che, per assonanza cognitiva, potessero purtroppo in qualche modo confermare la mia ormai fragile visione di me stessa e del mio senso nel mondo. Pian piano, poi, ho realizzato il fatto che ci possono essere tanti altri modi per avere un senso nel mondo, che ci sono mille altre strade per raggiungere i propri obiettivi e la propria personale felicità. Mi sono quindi rimessa in modo focalizzandomi maggiormente su ciò che potevo ancora essere, e non so ciò che non sarei potuta mai diventare, ricordandomi sempre che posso potenzialmente raggiungere qualsiasi obiettivo, se solo ho il coraggio di cominciare a camminare, e in fondo ogni volta che lo penso davvero, mi sento ancora nel momento più felice della mia vita.

4) Quanti sacrifici hai dovuto fare per essere la donna che sei ora? E per ricoprire il ruolo che oggi hai nella società (civile... lavorativa...)?
Una donna ha decisamente più difficoltà, in qualsiasi ambito e a maggior ragione in quello lavorativo, a farsi ascoltare o comunque ad ottenere la fiducia da parte di responsabili, subalterni o anche pari grado. E questo non perché consciamente la maggior parte delle persone sia maschilista o misogina, ma perché a mio parere viene spesso attribuita alla donna una dose di emotività e di sensibilità che, invece di essere vista come una risorsa, viene in realtà percepita come fragilità, con accezione negativa. Lo sforzo, in qualsiasi ambito è quindi quello di dimostrare con i fatti di non essere vittima di se stessa, che è un concetto che ne racchiude tanti altri. Mi impegno ogni giorno per dimostrare che la dolcezza non è un disvalore, che si può essere assertive senza per forza essere aggressive e che l’empatia unita all’intelligenza e alla determinazione può essere la chiave di volta per trovare il proprio posto nel mondo, sia a livello lavorativo che personale. Non si finisce mai di avere il dovere di dimostrare non solo agli altri, ma soprattutto a se stesse, quanto si possa raggiungere senza bisogno di sabotare nessuno, ma al contrario cercando di migliorare sempre di più la propria persona ed il proprio modo di relazionarsi agli altri.

5) Se volessi con una parola definire la situazione della donna oggi nel mondo, quale useresti? E per quale motivo useresti questa parola?
In linea generale, la donna oggi è ancora purtroppo SFIDUCIATA nei confronti di se stessa. Questo per colpa di più o meno antichi retaggi che la costringono a sentirsi eccessiva, a fronte della propria sicurezza, assertività e del desiderio di raggiungere dei risultati. Questo sottile preconcetto, porta molte donne a pensare di non essere in grado di mostrare ciò che in realtà sono, ciò che vogliono, ciò che pensano. Questo succede sul lavoro ma non solo, anche nei rapporti interpersonali. Le vittime di abusi fisici e psicologici sono prevalentemente donne non certo perché esistano solo uomini abusanti, tutt’altro. Questo accade a mio parere perché la donna in determinati contesti si sente meno “autorizzata” a reagire, ad imporsi, e spesso anche a pensare di poter meritare qualcosa di più. Per questi motivi, penso che a monte di tutto ci sia una sottile sfiducia di base (nelle proprie possibilità e nei propri diritti) che alimenta un circolo vizioso poco edificante.

6) In che modo la società deve cambiare, affinché si concretizzi un pensiero collettivo di progresso civile e culturale in relazione grazie al quale la donna sia finalmente libera, emancipata e mai più soggiogata al potere e alle volontà maschili?
Perché la società cambi, ognuno di noi nel suo piccolo deve cambiare. La Società non è un’entità astratta dotata di una sua forma mentis, è semplicemente la somma di tutto ciò che ogni individuo decide di essere (e quindi anche di cambiare) ogni giorno. Ognuno di noi dovrebbe cominciare a cercare nell’altro la risorsa e non l’errore, in un clima reale di cooperazione e non di continua competizione intesa come arrivismo sterile. La cooperazione riconosce le qualità di tutti gli altri componenti e del soggetto stesso, che mette a disposizione della società ciò che egli è, con i suoi limiti ed i suoi punti di forza. La donna, come qualsiasi altro individuo, dovrebbe vedersi ed essere vista così: come una risorsa, che può mettersi a disposizione della società e che può a sua volta imparare dalla società stessa nuovi strumenti per poter arrivare agli obiettivi personali e comunitari.

7) Quale consiglio vorresti dare ad una donna che sta vivendo una situazione di difficoltà?
Forse l’unico consiglio da dare è quello che sembra il più banale, anche se non lo è: ovvero di ricordarsi sempre chi si è e cosa si vuole essere. Non importa se la risposta implichi diventare una manager, o fare la casalinga, o avere figli, o viaggiare tutta la vita, o stare per sempre con l’uomo conosciuto alle superiori o non fermarsi fino a quando fino a quando non si prova la sensazione di aver trovato il posto giusto. Non importa se qualcuno giudicherà, o non sarà d’accordo con qualche nostra scelta. E non importa se lasciare un lavoro, un uomo violento che o che semplicemente non si ama più, o qualsiasi altra cosa, darà inizialmente una sensazione di fallimento. Perché l’unico vero fallimento è rassegnarsi ad essere ciò non si è.

Silvia, ti ringraziamo per il prezioso tempo che ci hai dedicato. Ti auguriamo che tutti i tuoi sogni si possano realizzare sia in ambito personale che lavorativo. Prima di lasciarci però, a chiosa finale di questo nostro incontro virtuale, vorremmo che tu facessi un appello contro la violenza sulle donne.
In realtà non dovrebbe avere ragion d’essere una chiosa, una giornata, una manifestazione contro la violenza sulle donne, perché le donne sono semplicemente esseri umani, come gli uomini, come chiunque. La violenza non conosce discriminazione, è un qualcosa che non dovrebbe esistere di per sé, a prescindere dell’identità di genere del soggetto che la subisce. Forse, raggiungere la pari dignità per una donna, significherà arrivare ad essere semplicemente trattata alla stregua di qualsiasi altro essere umano, uomo o donna che sia, che per il solo fatto di esistere merita il rispetto e la dignità senza i quali non possono esistere progresso e crescita sociale e personale.

 

 

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