Al di là del mare: Nawal Soufi e Saamiya Yusuf Omar

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Al di là del mare a volte c’è un tramonto che ci scivola dentro. Può essere bello quando comodi dalla spiaggia guardiamo i suoi colori sfumare tra giallo, rosa e arancione, ma quando il mare si macchia di rosso, poco lontano dai nostri occhi, qualcosa non ha funzionato.

Al di là del mare a volte c’è una terra chiamata Europa, bella o brutta non importa: almeno, lì, non c’è una guerra, non ci sono uomini che ti violentano in continuazione o bambini che saltano in aria per aver calpestato una mina. E se non ci arrivi in Europa, qualcosa non ha funzionato.

Al di là del mare una volta c’era l’America e non sapevamo quasi dove si trovasse o come pronunciarne il nome, ma ci arrivavamo. Oggi come allora c’è ancora una piccola speranza di avere un futuro migliore, se non il nostro, almeno quello dei nostri, affinché i loro occhi non debbano mai chiedersi cosa non ha funzionato.

Saamiya Yusuf Omar nasce a Mogadiscio nel 1991, proprio durante la guerra civile che ha reso la Somalia uno degli stati più poveri e violenti. E al di là del mare somalo non si sa più cosa esista, perché alla spiaggia non ci si arriva, i cecchini colpiscono prima che si possa mettere i piedi sulla sabbia.

Nawal Soufi nasce in Marocco nel 1987 e, con questo “dono”, la sua famiglia, pochi mesi dopo la sua nascita, si trasferisce in Sicilia. E al di là del mare italiano iniziano i preparativi per i primi sbarchi clandestini di nord e centroafricani in fuga da conflitti armati o in cerca di migliori condizioni di lavoro.

Saamiya Yusuf Omar adora l’atletica leggera e in particolare la corsa: il suo sogno è diventare come Mo Farah, celebre mezzofondista britannico di origine somala.

Nawal Soufi studia scienze politiche all’università e diviene interprete e mediatrice culturale presso il tribunale di Catania, grazie alla sua conoscenza della lingua araba.

Saamiya Yusuf Omar è talmente brava nella corsa che, dopo aver vinto tutte le gare per dilettanti, inizia a partecipare come professionista, aiutata dal proprio centro olimpico.

Nawal Soufi parallelamente ai suoi studi diviene attivista per i diritti umani: è emotivamente coinvolta dal conflitto siriano e inizia così a contattare tramite i social media gli attivisti di quella regione.

Saamiya Yusuf Omar, dopo l’assassinio del padre, ha lasciato la scuola per prendersi cura dei fratelli, permettendo così alla madre di lavorare; ma appena può corre per le strade nonostante la guerra, si allena senza il burqa sotto il sole cocente, nonostante la posizione dei fondamentalisti islamici in merito alle donne atleta e vince le gare nonostante intimidazioni, arresti e minacce di morte.

Nawal Soufi capisce che ormai la situazione in Siria è insostenibile: quasi un bambino al giorno viene ucciso, sfollati e profughi cercano salvezza rischiando la propria vita e quella delle proprie famiglie, massacri di civili da parte dell’esercito sono all’ordine del giorno, ma questo è nulla se paragonato con l’indifferenza del mondo occidentale nei confronti della primavera araba siriana.

Saamiya Yusuf Omar nel 2008 partecipa alla gara del 200 metri alle Olimpiadi di Pechino, arrivando però in ultima posizione e con un notevole distacco dal resto delle atlete. Il pubblico dello stadio, spinto dal sentimento e dallo spirito olimpico, la incoraggia e la applaude a fine corsa.

Nawal Soufi quasi ogni sera si reca con un proiettore in piazza Bellini a Catania per mostrare ai suoi concittadini quello che succede in Siria, ma non basta: serve una carovana di medicinali e una presenza costante che possa fornire ogni aiuto possibile anche da lontano.

Saamiya Yusuf Omar dichiara ai giornalisti: "avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima." E promette di migliorarsi per i giochi olimpici di Londra.

Nawal Soufi nel 2013 si reca in Siria per portare aiuti umanitari a Homs e Aleppo: è proprio in quell’occasione che lascia il proprio numero di cellulare ai cooperanti umanitari che ha finalmente conosciuto di persona.

Al di là del mare c’è più di una guerra che non vediamo perché l’orizzonte ce le nasconde come dietro un muro, che non sentiamo perché i media tramettono inutili canzoni pop e che non ci scalfisce il cuore perché le guerre, quelle vere, con bombe e proiettili, sono questioni di altri e che altri devono risolvere.

Al di là del mare le persone lottano ogni giorno per sopravvivere, nascosti e fuggiaschi, stanchi e affamati, armati dall’unico desiderio di costruire un futuro di pace.

Al di là del mare c’è una terra lontana, sola ed isolata, bagnata da talmente tante lacrime che quel mare in confronto è un bicchierino d’acqua salata.

Saamiya Yusuf Omar torna in Somalia con la speranza di allenarsi ogni giorno per tornare alle olimpiadi da protagonista.

Nawal Soufi non immagina che cosa possa significare un numero telefonico per coloro che scappano dalla guerra.

Saamiya Yusuf Omar deve nascondere il fatto di essere un’atleta e deve nascondere persino la propria famiglia, sino a trasferirsi in un campo profughi: ma la voglia di correre è forte, la passione è tanta e tanto vale allora attraversare il deserto, viaggiare dall’Etiopia al Sudan e giungere in Libia.

Nawal Soufi, ritornata in Italia, continua il suo lavoro di accoglienza ai richiedenti asilo che arrivano dai centri di tutta la Sicilia: sono quasi tutti profughi che hanno compiuto un lungo viaggio per arrivare in Europa e che Nawal aiuta onde evitare che si facciano truffare da avvoltoi e sciacalli.

Saamiya Yusuf Omar ha intrapreso un viaggio lungo, sotto continui ricatti e maltrattamenti, dove fame, sete e febbre hanno preso il posto dei sogni nelle notti africane: carovane di corpi ammassati sui camion di avidi trafficanti di uomini fuggono abbracciati dalla morte. Ma tutto questo non importa, perché è viva la speranza di arrivare al di là del mare. È così che Saamiya vuole raggiungere l’Italia: su di un gommone stipato di uomini, donne e bambini, parte dalle coste libiche contenta, perché il suo traguardo è sempre più vicino.

Nawal Soufi nell’estate del 2013 riceve una chiamata: un uomo disperato urla, in arabo, di trovarsi in mezzo al mare. Il gommone sta affondando e con lui ci sono tantissime persone. Senza farsi prendere dal panico Nawal chiama la Guardia Costiera che riesce a raggiungere i migranti e a salvarli. Da allora il suo numero telefonico rappresenta la speranza: centinaia e centinaia di migranti chiamano anche nel cuore della notte per chiedere aiuto e Nawal risponde sempre e, senza perdere tempo, chiede le coordinate da riferire subito ai soccorritori.

Saamiya Yusuf Omar è stremata. Il viaggio è stato più duro del previsto. Forse non vede nemmeno le luci di Lampedusa. Forse però vede una barca italiana. Si tuffa in acqua e nuota. Nuota come se stesse correndo di nuovo i 200 metri. Una bracciata e poi un’altra e poi un’altra ancora.

Nawal Soufi ha salvato in questo modo la vita di profughi e migranti: uomini, donne e bambini, che, una volta sbarcati, ha incontrato di persona. Viene abbracciata e ringraziata per tutto l’aiuto che ha offerto e lei ricambia consegnando loro alimenti, vestiti e pannolini.

Saamiya Yusuf Omar è morta annegata: non sappiamo cosa sia realmente successo su quel gommone e come abbia perso la vita, poiché le testimonianze sono discordanti. Ci rimane però il suo interminabile viaggio, la sua sana follia di realizzare un sogno impossibile, la sua volontà di scappare da un paese martoriato dalla guerra e un corpo senza vita in fondo al mare: questo è sufficiente affinché la nostra coscienza sia capace di trovare un senso profondo ai tanti esseri umani che con le loro pettorine colorano di rosso tutto il Mediterraneo, oppure dobbiamo continuare a chiudere gli occhi e far finta che la disperazione sia un sentimento che davvero non ci debba appartenere?

Nawal Soufi ci insegna giorno per giorno che aiuto e accoglienza non devono mancare dalle priorità di uno stato democratico: non è solo una questione etica, ma deve essere soprattutto una missione sociale ed umana. Avete presente le anziane dell’isola di Lesbo che cullano e allattano i figli dei migranti appena sbarcati? Nawal mette in pratica un principio che dovrebbe essere innato lasciando in dono qualcosa di proprio, che nell’era contemporanea della comunicazione è quanto meno diventato intimo e personale. Un identificativo, una chiave primaria. Il proprio numero di cellulare. Metaforicamente equivale a lasciare in dono se stessi al nostro prossimo.

Purtroppo, Nawal non ha salvato Saamiya. Ma Saamiya e Nawal hanno salvato me.

Studiando le loro storie per questo articolo mi sono reso conto che davvero qualcosa non funziona. Ed è ora di smettere di punture il dito contro la società, come se si volesse incolpare qualcosa di vago ed indefinito. Perché tutti siamo la società. E non regge nemmeno la solita manfrina di dare le colpe agli altri, perché anche in questo caso vale la stessa logica: gli altri siamo noi con occhi diversi.

Pertanto, se c’è qualcosa che non funziona, è innanzitutto dentro di me.

Quando penso: “aiutiamoli a casa loro” e poi scopro che noi a casa loro prendiamo le loro materie prime, violentiamo le loro donne o fomentiamo le guerre civili per lucrarvi a posteriori.

Quando penso: “ma devono arrivare tutti in Italia”, e poi mi rendo conto che altri paesi, come la Svezia, accolgono molti più clandestini, rifugiati e richiedenti asilo, senza peraltro lamentarsi di continuo.

Quando penso: “sono esseri inferiori” e poi leggo di donne forti e coraggiose che non si fanno intimidire dalle dittature e combattono per difendere i diritti dei più deboli, mentre io mi limiterei a farmi gli affari miei per evitare qualsiasi tipo di guaio.

Quando affermo: “portano solo malattie e sono tutti spacciatori”, per venire puntualmente smentito da indagini statistiche periodicamente pubblicate sulle più importanti riviste del settore.

Quando mi domando: “ma questi di che vivono?”, non sapendo forse che la maggior parte dei lavori che noi non vogliamo più svolgere, perché ritenuti probabilmente di bassa qualifica sociale, sono i lavori che svolgono loro.

Oppure quando non so e non voglio chiedermi cosa farei io al loro posto, per la semplice ragione di aver paura di dovermi arrendere all’evidenza dei fatti.

Ma ora non ho più paure nel riconoscere che come Saamiya anch’io scapperei, sperando ci sia, al di là del mare, una splendida donna come Nawal, disposta con tutta sé stessa ad aiutarmi.

 

 

“...ti è mai capitato di violentare tua madre perché qualcuno ha il fucile puntato contro di te e contro di lei?
Ti è mai capitato di violentare tua sorella e di vedere nascere tuo figlio dalla pancia di tua sorella?
Sai quanti figli di scafisti abbiamo in Europa?
Cioè sai quante donne hanno partorito al loro arrivo dei bambini non voluti?
Sai cosa significa mangiare un pezzo di pane in 24 ore e vedere un pezzo di formaggino come fosse oro?
Ti è mai capitato di fare i tuoi bisogni dentro un secchio e davanti agli occhi di centinaia di persone?
Ti è mai capitato di avere le mestruazioni e non poterti lavare per settimane o mesi?
Ti è mai capitato di essere messo all’asta e venduto come uno schiavo nel 2019?
Ti è mai capitato di nutrire tuo figlio con the zuccherato e spacciarlo per latte?
Ti è mai capitato di essere picchiato a sangue perché chiedi l’intervento di un medico?
Ti è mai capitato d’essere fucilato per colpa di uno sguardo di troppo?
Ti è mai capitato di svegliarti con le urine versate in faccia?
Ti è capitato che qualcuno ti aprisse il corpo con un coltello e mettesse subito dopo del sale per sentire maggiormente le tue urla?”
Nawal Soufi

 

 

In copertina: “Ritratto di una donna nera” di Marie-Guillemine Benoist, particolare.

 

 

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